Il poeta perduto di Bloomsbury
All’interno del Bloomsbury Group – la conventicola di artisti e scrittori di inizio Novecento raccolti intorno a Virginia Woolf – sembra mancare una grande voce poetica. Messe da parte le esperienze – ai margini – dell’amico T. S. Eliot e di Katherine Mansfield (pubblicati, a loro volta, dalla Hogarth Press, la casa editrice fondata dai coniugi Woolf), persino Lytton Strachey e la stessa Virginia Woolf scrissero brevi poesie d’occasione, concepite come un gioco privato o un mero diletto della penna: lui dei valentine acclusi nelle missive all’amato Roger Senhouse, lei dei componimenti (riscoperti di recente) per i nipoti Angelica e Quentin, entrambi figli della sorella pittrice Vanessa Bell.
In realtà, un poeta di casa a Bloomsbury c’è stato, anche se spesso lo si dimentica, sia per la giovane età che per l’opera rimasta pressoché incompiuta. Julian Heward Bell era infatti destinato a diventare l’erede diretto del gruppo: figlio primogenito di Vanessa e nipote adorato – il preferito – di Virginia, morì a soli ventinove anni durante la Guerra civile spagnola, in cui prestò servizio da volontario. La sua scomparsa è testimone di una tragedia, uno spreco: la dimostrazione che una giovane vita potesse spezzarsi nel momento in cui si stava annunciando la sua promessa e, forse, quando aveva appena trovato la sua strada.
Il 18 luglio 1937, la notizia della morte di Julian raggiunse Charleston – la casa di campagna dove si erano ritirati Vanessa e gli altri – e, da allora, nelle loro vite si aprì un vuoto incolmabile. La risata di quel ragazzo meraviglioso non li avrebbe più richiamati mentre lavoravano al chiuso delle loro stanze o in piedi davanti ai cavalletti appuntati in giardino. Di fatto il gruppo, che non si sciolse mai, non sarebbe stato più lo stesso: dopo la sua morte la madre sprofondò in uno stato catatonico, mentre i compagni accolsero il lutto in silenzio, cercando di rimanere forti per dare conforto all’amica che li aveva ospitati nella casa dove tutti partecipavano come in una grande famiglia allargata.

Breve ma intensa, e ricchissima di esperienze, la vita di Julian Bell è raccontata da Peter Stansky nel volume Journey to the Frontier (1966), scritto a quattro mani con William Abrahams, autore della biografia congiunta di Rupert John Cornford. Sua madre era Frances Cornford (née Darwin, la poetessa “neopagana” di Cambridge, nipote del naturalista Charles Darwin) e anch’egli poeta, Rupert John morì in azione l’anno prima di Julian – a 21 anni appena compiuti – durante i combattimenti sul fronte di Cordoba, al fianco delle forze lealiste.
Tornando a Bell, gli amici di Bloomsbury, che lo avevano visto crescere, lo avrebbero ricordato con affetto e devozione. L’economista Maynard Keynes lo lodò come “una delle menti migliori della sua generazione”, facendo eco al commento del romanziere Edward Morgan Forster: “Aveva una mente indomabile, visto che era stato educato a Cambridge ed era cresciuto in quei luoghi dove la conversazione è di casa”.
Infine, l’amico scrittore David Garnett lo descrisse nel suo memoriale da un punto di vista più umano, come un giovane un po’ goffo, “robusto, chiassoso e sciatto”, trasandato nell’abbigliamento, che non si curava molto del proprio aspetto esteriore; la prima cosa che spiccava in lui era la sua radiosità, sempre “traboccante di un gioioso entusiasmo”. Questi e altri tributi a firma degli amici aprono l’opera omnia di Julian Bell, apparsa postuma in Essays, Poems and Letters (1938), a cura del fratello minore Quentin Bell (biografo di Virginia Woolf), che assunse il ruolo di custode delle memorie del gruppo. Stampata privatamente dalla Hogarth Press, nella prima tiratura del volume furono prodotte milleduecento copie, di cui la metà andò al macero per lo scarso successo raggiunto dalle vendite.
L’infanzia tra Londra e Charleston
Partendo dall’origine, tutto per Julian cominciò a Charleston, che rappresentava per lui il mondo della spensieratezza e dell’innocenza infantile. Situata a Firle, nella contea del Sussex orrientale, la casa-fattoria affittata da Vanessa era stata adibita ad atelier del Gruppo di Bloomsbury. Per ciò, il figlio ebbe la fortuna di crescere in un ambiente stimolante dal punto di vista artistico e culturale, motore della sua immaginazione creativa, a cui avrebbe fatto ritorno da adulto per sentirsi “sempre a casa”.
La madre scelse per il primo figlio il nome del fratello Julian Thoby Stephen, morto in giovane età (a ventisei anni, per il tifo contratto durante un un viaggio di famiglia in Grecia). Fin da ragazzino, Julian univa la profondità meditativa dello zio e la giocondità del padre, il critico d’arte Clive Bell, da cui aveva ereditato la tendenza alla pinguedine: secondo Virginia, era questo il suo unico difetto fisico.
Mentre la Prima Guerra Mondiale imperversava fuori Charleston, Vanessa accolse sotto la sua ala il pittore Duncan Grant insieme al suo compagno “Bunny” Garnett, a cui si aggregarono i compagni di corso Lytton Strachey e Maynard Keynes (tutti pacifisti obiettori di coscienza). In quei giorni, i bambini, Julian e Quentin, giocavano a fare i soldati, sguazzavano nello stagno e andavano a caccia nelle radure circostanti. A rallegrare la vita di campagna erano le visite degli zii Woolf. Virginia aveva un dono eccezionale coi bambini: quando era ospite di Nessa, divertiva un mondo i due ragazzi e la sorella Angelica, trascinandoli coi suoi racconti fantastici e giochi di ruolo all’aperto. ln particolare, il rapporto con Julian era nutrito di stima e grandi aspettative per il suo futuro di scrittore.

Vanessa, invece, gli riservava una premura eccessiva, sintomo di un amore viscerale, superiore agli altri figli, con una passione che non riusciva a spiegarsi. “Vorrei che scrivessi un libro sull’istinto materno”, disse una volta alla sorella, “Potrei raccontarti un sacco di cose! Certo, è una delle passioni peggiori, animale e spietata”. Ciononostante, Julian aveva un bellissimo rapporto con sua madre. Per tutta la vita, intrattenne con lei una tenera corrispondenza, aggiornandola calorosamente su tutto ciò che gli accadeva.
Dal canto suo, Vanessa voleva per i suoi figli un’educazione più al passo coi tempi, svincolata dalle convenzioni sociali e dai rigidi codici etico-comportamentali cui erano sottoposte le generazioni precedenti (così come erano cresciuti i fratelli Stephen nella casa vittoriana di Hyde Park Gate). Per questo motivo, instaurò col figlio un dialogo intimo, confidenziale e aperto ad ogni argomento (nel corso delle loro chiacchierate, Julian rivelò alla madre non pochi segreti di natura erotica e sentimentale), senza imbarazzo, fedele alla libertà espressiva e sessuale che regnava all’interno del Set.
Gli anni di formazione

Educato alla semplicità della vita rurale e abituato a stare a contatto con la natura, l’infanzia di Julian trascorse tra città e campagna. Vanessa rinunciò a iscriverlo in una delle elitarie public schools (quei collegi privati come Eton e Rugby), dove si formavano i leader del domani a suon di classici e vergate, preferendo per lui la scuola co-educazionale di Leighton Park vicino Reading. Ma gli anni di collegio furono duri per Julian, che cadde vittima di bullismo per la sua corporatura sproporzionata e la poca attitudine negli sport, senza nenche grandi successi di profitto. Nonostante quest’esperienza, la madre non gli avrebbe precluso l’accesso all’istruzione superiore a lui riservata, per casta più che per merito, nelle aule dell’Università di Cambridge, dove avrebbe continuato gli studi al prestigioso King’s College – dal 1927 al 1932 –, in cui venne accettato grazie all’aiuto di un sussidio speciale.
Alle soglie della maggior età, Virginia si accorse finalmente che “era diventato un uomo, e non era più un bambino”, vedendo in lui “una bellezza muscolare e piena di grazia, equina, così naturale da suggerire che la bellezza stessa sia una condizione umana fondamentale e non una mutazione del disegno generale”. Sempre a Vanessa, scrisse a proposito di Julian: “Scommetto che ti darà del filo da torcere prima che sia fatta per lui… è troppo affascinante, violento e dotato, ed è tutto questo insieme”.
A Cambridge, Julian trovò sé stesso e la sua vocazione d’artista. La zia Virginia, sempre scettica riguardo l’educazione oxbridge, andò a trovarlo più volte nel 1929, nello stesso periodo in cui teneva le sue conferenze ai college femminili di Newnham e Girton, rielaborate nel saggio femminista Una stanza tutta per sé (apparso nel 1929). Woolf ebbe modo di notare che Julian aveva ricevuto un’educazione irregolare e discontinua, che non aveva fatto bene al suo carattere indolente. Difatti, non sarebbe mai riuscito a vincere una borsa di studio.
Dai suoi primi giorni universitari, il ragazzo frequentava confraternite esclusive, club e associazioni studentesche, e sembrava dedicarsi più alla vita sociale offerta dall’Università che allo studio.
Nel tempo libero, la giovane matricola faceva strage di cuori, da vero dongiovanni, legando a sé ragazzi e ragazze. Aveva dalla sua un carisma strepitoso e l’arguzia del Wit. Non proprio affascinante d’aspetto, ma praticamente irresistibile per la sua simpatia e la vena goliardica, ammaliava tutti coloro che lo circondavano.
Ed era solito intrattenere più relazioni allo stesso tempo, come dimostra la rete intricata delle sue fidanzate: i rapporti più importanti furono quelli con la fotografa Lettice Ramsey (alla quale si devono i suoi migliori ritratti) e la biochimica Antoinette Pirie, giovani promesse che gravitavano intorno al campus.

Negli studi accademici, Bell privilegiava la letteratura d’età augustea e stese una interessante tesi su
Alexander Pope, che mancava però di rigore analitico a detta dei suoi tutor. D’altra parte, nei suoi articoli
polemici, seguiva lo spirito satirico del XVIII secolo sul modello di Pope e Fielding.
Ancora studente al King’s, Julian era uno scrittore precoce ed estremamente prolifico: a una vasta messe di saggi, recensioni e frammenti di prose affiancò la scrittura in versi, avviandosi – anche grazie a conoscenze fortunate – alla pubblicazione dei primi componimenti giovanili, usciti sia in miscellanee e raccolte private che in volumi destinati al grande pubblico. Compose in tutto tre raccolte di versi in vita (i primissimi esperimenti lirici confluirono in Chaffinches, la collettanea universitaria uscita per la serie “Songs for Sixpence ” nel 1929, ma esordì a tutti gli effetti, facendosi un nome presso il pubblico, con Winter Movement del 1930, seguita dall’ultima A Work for the Winter, 1936) e curò un’antologia di memorie di autori antimilitaristi, We Did Not Fight: 1914-18 Experiences of War Resisters (1935), tra cui figurano David Garnett, lo zio Adrian Stephen, il poeta di guerra Siegfried Sassoon e il filosofo Bertrand Russell. Alcune sue poesie vennero incluse nell’antologia New Signatures (1932), stampata dalla Hogarth, accanto a piume del calibro di W.H. Auden, Stephen Spender e John Lehmann, tutti poeti attivi negli anni Trenta.
All’Università di Cambridge, inoltre, Bell fu compagno di studi delle spie sovietiche del cosiddetto
“Cambridge Spy Ring”, con a capo l’esuberante Guy Burgess, a sua volta reclutatore di Anthony Blunt (il famoso storico dell’arte, curatore della Royal Collection) che diventò ben presto suo amante. Tuttavia, Bell rimase ai margini dei “Five”, ovvero gli agenti segreti nascosti nel cuore dell’Impero, vere e proprie talpe dell’establishment britannico. Emblematico è l’episodio di una manifestazione organizzata, in loro compagnia, nel giorno dell’Armistizio del 1933, quando Julian mise dei materassi attorno alla sua auto, trasformandola in un ariete, e con Burgess alla carica seguì la marcia, finendo per essere colpito dai pomodori lanciati dalla folla.
Burgess e Blunt appartenevano alla società segreta degli Apostoli di Cambridge, i cui membri d’anteguerra raccoglievano la crème de la crème di quegli anni: il poeta Rupert Brooke, Maynard Keynes, i fratelli Strachey (lo psicanalista James e il biografo Lytton), il critico d’arte Roger Fry e Leonard Woolf, discepoli di G. E. Moore (Principa Ethica, 1903): tutti divenuti “angeli” – ex membri nel gergo iniziatico della setta – ma sempre legati ai sodali dal vincolo del segreto e dell’amicizia. Nel 1928, anche Bell ottenne l’onore dell’apostolato all’inizio del suo secondo anno all’università. A quel tempo, sentiva di aver raggiunto “l’apice dell’intellettualismo di Cambridge”. Eppure non mancò di far sentire la propria cifra, muovendo una satira in versi contro il genio del gruppo, il filosofo Ludwig Wittgenstein (autore del Tractatus Logico-Philosophicus), in un’Epistola sui giudizi morali ed estetici di Mr. Ludwig Wittgenstein del 1932, che lamenta: “Ad ogni incontro zittisce sempre tutti / E interrompe la conversazione con la sua balbuzie.”

Al periodo Cambridge risale l’incontro – oltre il tempo – con il poeta-mito Rupert Brooke, che era stato una sorta di celebrità ante litteram negli anni prebellici e il cui ricordo era ancora caldo nella memoria collettiva. Come confessò lo stesso Julian in una lettera alla Woolf, invidiava non poco lo studente modello del King’s:
“Non era un poeta ma l’uomo più incredibile di cui abbia mai sentito parlare. Certamente sento un
legame che mi unisce a lui, a partire da alcune delle lettere che scrisse dall’estero, e mi pare ci sia
un’analogia fin troppo evidente – il King’s, gli Apostoli, etc. Sarebbe stato grandioso avere le sue
capacità, il suo aspetto, una fellowship e la fama mondiale. Non dico di aver fallito, ma una carriera brillante come la sua sarebbe stata fantastica”.
Ripensando agli anni precedenti alla Grande Guerra, Bell fissò con una sua tipica frase quel periodo gaudente, sotto l’insegna della “douceur de vivre”, usando le parole di Talleyrand, che così aveva definito l’ultima stagione della civiltà aristocratica francese.
Prima di lasciare l’ateneo, Cambridge gli appariva come una terra di fantasmi, popolata dalle ombre degli ex allievi – da Milton a Byron – e dei vecchi compagni di studi che infestavano i cortili tra i college. Primo fra tutti, lo spettro di Brooke, evocato nella poesia Cambridge Revisited:
Lungo il ponte passeggiano gli amanti,
Sopra le foglie si stendono discussioni
Di stanze illuminate. Sul prato
Annuncia l’alba il grigio del Clare.
Fiume, erba e classici fardelli,
Come se i Fellows stessero meditandoSocraticamente sulla bellezza
Mascolina dalla linea atletica,
Il timpano e la fronte squadrata,
Cercando spettri ellenici in Rupert Brooke.
Pietra grigia, fiume lento, alberi pesanti,
Un tempo ebbi la mia dose di tutto ciò;
Ma adesso, nel bel mezzo del bosco,
Trascuro i saggi e i buoni:
Il fumo di Londra e la vecchiaia
Si stagliano su una pagina più sporca.
Come per il celebre poeta georgiano, Virginia Woolf espresse un giudizio critico, imparziale e perentorio sulle potenzialità letterarie del nipote. Con lei Julian era solito confrontarsi, in ogni momento, spedendole per lettera i suoi componimenti, che la zia apprezzava e commentava con cura, sebbene necessitassero ancora di qualche rifinitura. “Non può essere un poeta” fu il suo parere definitivo.
Bloomsbury in Cina

Julian era anche un grande viaggiatore: amava lanciarsi all’avventura, in cerca di esperienze sempre nuove, e con spirito errante si sarebbe spinto fino in Estremo Oriente. Sulla strada aperta dal poeta e critico letterario William Empson, nel 1935 il neolaureato accettò una cattedra di Letteratura inglese all’Università di Wuhan.
Lasciata Charleston, dopo un lungo viaggio, si sistemò nella nuova casa e strinse i rapporti con l’élite
intellettuale che in quel periodo si stava aprendo a Occidente, quindi si avvicinò ai circoli artistici e letterari più progressisti dell’epoca. A suo agio con i colleghi, gli sembrava di trovarsi in “una sorta di Cambridge esotica”, eletta quasi a “nuovo Bloomsbury”.
Nel frattempo, procedeva il lavoro in facoltà, dove i suoi corsi attiravano file di giovani studenti curiosi del
nuovo professore straniero. Durante le sue lezioni, mise a frutto gli insegnamenti della zia Virginia, esportando il canone bloomsburiano in terra asiatica: i saggi di Forster e le opere di Woolf erano fra le letture obbligatorie in programma.
Prima di chiudere il contratto, Bell presentò le sue dimissioni, lasciando il paese a causa dei dissapori con i vertici dell’università, per aver intrecciato una travolgente relazione adulterina con Ling Shuhua, moglie del rettore Cheng Yuan, che li colse in flagrante. Cheng era un autorevole critico e traduttore di Turgenev e lei una nota pittrice, autrice di racconti e editor della sezione letteraria di uno dei più importanti giornali di Hankow, conosciuta come “la Katherine Mansfield cinese”, una maestra d’amore che inziò Julian agli antichi segreti dell’erotismo orientale. La vicenda avrebbe ispirato alla scrittrice Hong Ying la storia del romanzo K. or The Art of Love (1999), pubblicato successivamente come The English Lover, il cui protagonista non è altro che una controfigura di Julian. La k – undicesima lettera dell’alfabeto – era quella con cui lui chiamava l’undicesima delle sue amanti. Il libro è stato anche oggetto di un processo per diffamazione e oscenità.
Verso la Spagna e la guerra
Nell’estate del 1936, quando Bell era a Wuhan da circa un anno, scoppiò la guerra in Spagna e lui cominciò a mettere in discussione le proprie posizioni politiche e personali. “Potresti essere grata che io sia al sicuro in Cina”, scriveva a sua madre in settembre, “perché sono certo che se fossi in Inghilterra starei pensando che l’unica cosa ragionevole da fare sia combattere i fascisti in Spagna”.
Nella primavera del 1937, Julian tornò a casa, e a tutti sembrava cambiato: più risoluto e laconico, si fece notare andando in giro in abiti cinesi, stupendo le vecchie conoscenze ai garden parties organizzati dagli amici di Londra. Una sera – come racconta il fratello Quentin Bell nella sua biografia –, durante una cena in suo onore a Charleston, intorno alla tavola erano riuniti Vanessa, Quentin, Angelica e Duncan. Vanessa servì il dolce, ne diede metà a Julian, il resto dovevano dividerselo gli altri convitati. Julian mangiò in silenzio, impassibile, accettando l’apprensione materna senza confusione né irritazione. Nonostante quel dolce, aveva preso la sua decisione, e nessuno poteva impedirglielo. A quell’altezza, Virginia notò che era “ostinato come un cane”.
Prima di partire per la Spagna, il suo compagno di stanza a Cambridge, Edward Playfair (o semplicemente “Eddie”), l’amico di sempre, il più intimo – colui del quale Julian scrisse più a lungo nelle sue memorie private – lo salutò a malincuore nell’ultima lettera: “Non mi sorprende affatto sapere che vuoi andare in Spagna, anche se spero comunque che tu non lo faccia. Egoisticamente parlando, perché mi dispiacerebbe, più di chiunque altro, saperti morto.”
Nel frattempo, Vanessa cercava disperatamente di dissuarderlo dall’arruolarsi promettendo che gli avrebbe trovato un impiego lei stessa: aveva pensato di proporlo come direttore di un’azienda della famiglia Bell che importava piume dalla Cina. Quale ruolo più adatto visto il suo curriculum? Rifiutato il posto, sotto le pressioni della zia, Leonard Woolf avrebbe provato ad intercedere per lui presso Hugh Dalton, esponente del nascente Labour Party e poi membro del Foreign Office, che pure rimase inascoltato.

Gli anni Trenta segnarono un decennio cruciale per gli intellettuali britannici, caratterizzato da una forte ondata d’impegno civile, a cui risposero molti talenti della generazione di Bell, specie – a sostegno della causa repubblicana spagnola – George Orwell, Cecil Day-Lewis, W. H. Auden e Stephen Spender. Gli ultimi due ne diedero prova, rispettivamente, nei versi diSpain 1937 e della raccolta Poems for Spain (curata da Spender e pubblicata per i tipi Hogarth nel 1939) a supporto dell’antifascismo iberico. Da parte sua, Bell testimoniò la temperie di fermento politico e di agitazione sociale, diffusa nella “sua” Cambridge, in una lettera di intervento-protesta spedita alla testata del “New Statesman”:
“Nella Cambridge che ho conosciuto, tra il 1929 e il 1930, l’argomento principale d’ogni ordinaria
conversazione intellettuale era la poesia. […] Sembra che la nostra generazione stia ripetendo
l’esperienza di Rupert Brooke, ora che un ‘equivalente morale della guerra’ viene richiesto da larghe
schiere delle classi istruite e agiate.”
Abbandonato il mondo universitario, il giovane fremeva nell’attesa di andare in azione, se non altro per riportare la libertà al popolo spagnolo. Contrariamente a quanto credeva il padre, Julian aveva concluso che “essere contro la guerra significa sottomettersi al fascismo, essere antifascisti significa essere preparati alla guerra”, come scrisse nel suo epistolario. Una guerra contro il fascismo gli sembrava degna di essere combattuta, a differenza del primo conflitto mondiale, che, a suo avviso, era stato favore dell’imperialismo.
La sua unica poesia di guerra, dal titolo Arms and the Man (Le armi e l’uomo), scritta in distici eroici à la Pope e dal titolo dichiaratamente epico – ripreso dal war poet Wilfred Owen in Arms and the Boy (Le armi e il ragazzo) – è debitrice dell’Eneide di Dryden nonché della drammaturgia di G. B. Shaw (Arms and the Man, 1894):
Grazie al potere delle armi dormiamo al sicuro,
Ma ogni nazione adesso è pronta alla guerra,
E in un istante la guerra sarà dichiarata…
Come due guidatori ricchi e insolenti
Che sfrecciano fianco a fianco
Fino a morire nella stessa buca,
Così, neanche un paese al mondo perderà
Il rischio d’ogni cosa che guerra non sia:
Coraggio e buon senso cerchiamo in vano
Per disarmare gli uomini più stolti e i deboli…
Julian partì per la Spagna all’inizio di giugno 1937. Preoccupate, Vanessa e Virginia erano riuscite almeno a convincerlo a prendere parte alla campagna non da soldato semplice, ma prestando aiuto come autista di ambulanza nei soccorsi medico-umanitari, in un ruolo utile alla causa ma evitando l’insensatezza della lotta armata. Il mese successivo, fu inviato a Madrid, dove i repubblicani speravano di aggirare l’assedio delle truppe di nazionalisti presso Brunete, per ottenere il controllo della strada a ovest della città.
Nella micidiale battaglia di Brunete, l’esercito di Franco volle sperimentare i Messerschmitt da poco acquistati. Il 18 luglio una bomba lanciata da uno di quegli aerei colpì l’uliveto dove era in sosta il gruppo di Bell. Al riparo sotto un camion, il giovane autista fu ferito da una scheggia dritto ai polmoni e cadde, quello stesso giorno, nei pressi di un ospitale militare a Villanueva de la Cañada. Il suo corpo non venne riportato in patria ma finì in una fossa comune per poi essere interrato nel vicino cimitero dei caduti insieme agli altri resti.
Pierluigi Piscopo
*Le traduzioni dei passi tratti dalle lettere e dalle poesie sono dell’autore.
Riferimenti bibliografici:
- P. Stansky, Julian Bell: From Bloomsbury to the Spanish Civil War, Stanford University Press, 2012.
- Q. Bell, Bloomsbury Recalled, Columbia University Press, 1997.
- C. Soleil, Le Neveu de Virginia Woolf, Publibook, 1970.
