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Charles Moncrieff, l’enfant terrible

Un ritratto del primo traduttore inglese di Proust, con un racconto inedito in traduzione italiana.

«L’Inghilterra è sempre stata poco incline ad accettare la natura umana»[1]: così lo scrittore Edward Morgan Forster criticava la legge morale che per secoli portò al patibolo innumerevoli vite, condannando ai lavori forzati pure il beniamino di Londra Oscar Wilde sotto l’accusa di “grave indecenza”. Com’è noto, il percorso di decriminalizzazione dell’omosessualità in Gran Bretagna è stato lungo e tortuoso (l’abolizione del durissimo Labouchère Amendement dovrà attendere fino al 1967), nonostante lo stampo di formazione marcatamente omosociale dei suoi vertici.
Basti pensare che i membri delle classi superiori, destinati ai ranghi dell’establishment, venivano allevati fin dalla tenera età nel grembo delle public schools, ospiti di collegi esclusivi divenuti templi dell’educazione britannica in seguito alle riforme del sistema scolastico d’età vittoriana.
In quelle sedi di rigida disciplina simili a cenobi, se da un lato si richiedeva ai ragazzi – nutriti di ideali classici e valori patriottici utili all’Impero – una condotta rispettabile e un atteggiamento virile, dall’altro, su un piano più intimo, prendevano forma i primi turbamenti degli allievi dotati di una sensibilità fuori dal comune.

Contro ogni regola, nell’alcova dei collegi sbocciavano numerose relazioni, tenere o violente, di natura omoerotica, e gli idilli romantici – altrimenti detti “amicizie particolari” – venivano castrati sul nascere da ammonimenti e punizioni esemplari (inferte all’ordine del giorno con fruste e vergate). Quando i peccatucci dei dormitori superavano un certo margine di tolleranza, i comportamenti poco ortodossi perpetrati in segreto da studenti e insegnanti, non più perdonabili se esposti agli occhi dei monitori, erano messi immediatamente a tacere e, nei casi più gravi, conducevano alla pena dell’espulsione o alle dimissioni, se non addirittura al suicidio dei colpevoli. Per non destare clamore intorno ai reati d’oscenità (da cui valeva la fama dell’intero istituto), le colpe dei malfattori non venivano neppure nominate e tutto finiva, se possibile, nel baratro del silenzio, sicché la mera pronuncia di atti ritenuti “contro natura” era associata, secondo la mentalità puritana, al dilagare del “vizio” della mente e alla corruzione del corpo. Eppure, fin dalle origini, l’omosessualità – considerata un crimine dalla giustizia anglosassone – pullulava nelle comunità per soli uomini delle public schools, dov’era sommessa a un sistema fondato sullo stigma e sulla paura, avvolta in ogni momento dal rischio di incorrere nel disonore e nella pubblica infamia.  

Charles Scott Moncrieff (primo da sinistra, ultima fila in alto) insieme ad altri studenti del Winchester College, 1903.

Emblematico è lo scandalo che vide protagonista il giovane Charles Kenneth Scott Moncrieff (Stirling, 1889 – Roma, 1930), noto ai più come il traduttore inglese della Recherche di Proust (resa col celebre titolo shakespeariano Remembrance of Things Past) ed eminente filologo (tradusse, tra gli altri, anche il poema inglese antico Beowulf e la Chanson de Roland), annoverato fra gli scrittori britannici fedeli all’amore di Urano (del calibro di John Addington Symonds, Ralph Chubb e Lord Alfred “Bosie” Douglas). Scozzese d’origine, era amico di Vyvyan Holland, figlio del reietto Oscar Wilde, e sodale del circolo “Wildean” devoto al mitico dandy, accusato di sodomia alla sbarra dell’Old Bailey.

Charles Moncrieff all’età di 23 anni

Durante la sua formazione a Winchester, Moncrieff divenne lo studente modello del College (fra le scuole più antiche e prestigiose del paese, incluse nel novero delle “Great Nine”), distinguendosi per l’eccezionale talento nelle lingue classiche e moderne. Una mirabile carriera scolastica che finì ben presto per scontrarsi con le autorità: insieme alla sua squadra editoriale, il ragazzo attirò l’attenzione del preside e di tutta la comunità collegiale (genitori compresi) per aver pubblicato – sulla rivista scolastica «New Field» di cui era redattore nel 1907 – un breve racconto licenzioso che non poteva certo passare inosservato. Va da sé che la testata fu soppressa post factum e tutte le copie in circolazione vennero sequestrate e bruciate, anche nella riedizione del 1908, sul numero speciale “Pageant”. All’altezza del 1923, invece, l’opera venne riscoperta e data nuovamente alle stampe da Francis Edward Murray, quindi circolò all’interno di una cerchia ristretta di lettori “iniziati”, capaci di coglierne il fine sottotesto omoerotico. Di fatto, grazie all’intervento del padre magistrato, il giovane Moncrieff non venne mai estromesso dalla scuola, sebbene l’accaduto gli costò una borsa di studio per Oxford. Da lì, virò sull’Università di Edimburgo, trampolino di lancio per una brillante carriera in legge e letteratura. Più tardi, Moncrieff tornò nella vecchia scuola in qualità di old boy insignito della Military Cross, dopo aver combattuto valorosamente sul fronte occidentale (qui si legò d’amicizia al war poet Robert Graves e, più calorosamente, al compagno Wilfred Owen, disdegnando invece l’opera di Siegfried Sassoon).

Al centro della vicenda del racconto incriminato, dal titolo Evensong and Morwe Song (con riferimento a Chaucer chiarito nell’epigrafe), due compagni di scuola – Carruthers e Maurice –, alunni della fittizia Gainsborough (uno specchio di Winchester), sono legati da un indicibile segreto.
Dietro le righe dell’incipit, infatti, si può leggere abbastanza nitidamente che Maurice ha praticato una fellatio su Carruthers, e a causa di altre peripezie godrà in futuro di una cattiva reputazione in società. Dopo la perdita del posto in collegio, sarà rinnegato perfino dal suo compagno d’avventure.

Nella seconda parte del testo, attraverso un salto temporale, veniamo a conoscenza della nuova vita di uno dei due studenti ribelli: dopo essersi laureato a Oxford, l’algido Carruthers ricopre adesso il ruolo di preside in una scuola di seconda categoria, chiamata Cheddar. È a questo punto che, nella placida e rassicurante quotidianità del suo studio, le ombre del passato riaffiorano, in un sol tempo, il giorno in cui si trova costretto a punire un ragazzo di nome Hilary per un disdicevole scandalo venuto allo scoperto. Allora, si rivela una verità sconcertante, e il ricordo di Maurice (che intanto ha cambiato cognome per la vergogna subita durante gli anni di scuola) irrompe con forza nella sua vita, spazzando via la polvere degli anni. Finché, nelle ultime righe, un barlume di rimorso scuote la coscienza di Carruthers, animato dalla pietà o più che mani in preda alla disperazione.   

Rispetto al celeberrimo epilogo di E. M. Forster (sintetizzato nella formula «A un anno più felice» in esergo a Maurice, terminato nel 1914 ma pubblicato soltanto nel 1971), un lieto fine per una storia del genere non poteva esistere. Sbarrata è la via della salvezza per i reprobi della società benpensante (né il Maurice di Moncrieff né suo figlio otterranno ricompense o il perdono), se il carnefice Carruthers, detentore del potere di assolvere e scagionare il reo, non rinuncia prima alla sua ostinata cecità.

Pur promettente nel suo colpo di scena finale, il racconto, dal tono irriverente e scandaloso, si configura come la storia un’espiazione mancata, venata dalla colpa e dal pentimento. In ultimo, il filo della narrazione si interrompe, forse, al preludio di un incontro fra i due vecchi amici, ora coinvolti nel gioco – altrettanto pericoloso – degli adulti.

Pierluigi Piscopo


[1] Si cita da E. M. Forster, Maurice, 1971 (trad. it. di Stefano Tummolini, Oscar Mondadori, 2025).

Riferimenti bio-bibliografici:

Per approfondire la vita e l’opera di Charles Kenneth Scott Moncrieff, si segnalano i seguenti volumi:
– Jean Findlay, Chasing Lost Time: The Life of C.K. Scott Moncrieff: Soldier, Spy and Translator, Vintage, 2015.
– Jean Findlay (a cura di), Ant: Collected Short Stories, War Serials, and Selected Poems of C.K. Scott Moncrieff, Scotland Street Press, 2016.
–  Timothy d’Arch Smith, Love in Earnest: Some Notes on the Lives and Writings of English “Uranian” Poets from 1889 to 1930, Routledge, 1970.


I pensieri del vespro e del mattino

Se a mattutino pensate come a vespro…
Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, Prologo, I, 380
(trad. di Cino Chiarini e Cesare Foligno)

I

…“E se ci scoprono?” chiese Maurice. Era ancora inginocchiato nel cespuglio e, alzando lo sguardo verso il compagno goffo e impacciato in piedi dinanzi a lui, il suo volto appariva ancora più pallido e smunto del solito sotto quella luce grigia e diafana. Carruthers rispose con aria d’indifferenza: “Oh, suppongo che verremo espulsi” – ma si interruppe all’istante, atterrito dall’espressione dell’amico. E allora, come era successo solo un’altra volta durante una lunga e ben ricompensata esistenza, provò la sensazione che una macina al collo sarebbe stata più sopportabile dell’immagine di quel viso impaurito sospeso per l’eternità davanti ai suoi occhi.

Ma tutto andò per il meglio. Ciascuno tornò alla propria Casa (frequentavano la scuola di Gainsborough – nei primi anni Ottanta) senza ostacoli. Quando l’autunno successivo a quello seguente Carruthers entrò a Oxford, dubito che ricordasse il suo debito verso il Creatore dell’anima di Edward Hilary Maurice. “Dopotutto, sono stato davvero così scrupoloso?” si domandava. “Non sono più cattivo di una dozzina di altri ragazzi e Maurice non è migliore di me. Anzi, Maurice si sta facendo una certa reputazione. Che cosa orribile è tutta questa faccenda!” E qualunque cosa possa aver ricordato a Oxford, possiamo essere certi che, quando con la sua affascinante noncuranza si inginocchiò davanti a un vescovo golfista, non privo di attrattive isteriche, per ricevere gli ordini diaconali, si presentò come un vaso puro, sincero e fragrante, capace di contenere una buona dose di verità.

II

William Carruthers si mosse con una certa inquietudine sulla rigida sedia girevole appena comperata mentre le sue vittime entravano nella stanza. Era l’ultimo giorno di ottobre. Da poco più di un mese occupava lo studio del preside a Cheddar, una scuola per cui, da fedele ex allievo di Gainsborough, nutriva un profondo disprezzo. Questa sensazione non diminuiva affatto (a sua giustificazione, lo stipendio era modesto) per il fatto che già si trovava ad affrontare uno di quegli spiacevoli incidenti che si verificano nelle scuole di second’ordine quasi con la stessa frequenza che nelle Sacre Nove.

Che cosa disse loro non è affar nostro. Le sue gravi argomentazioni (prese in prestito, in gran parte, dal capo della Casa dei ragazzi), le sue orecchie sorde a ogni scusa o contraddizione, il suo sarcasmo sferzante e le sue fosche profezie strapparono fiumi di lacrime salate dagli occhi del ragazzo più giovane, che caddero sul vistoso tappeto nuovo del magistero, prima che quel disgraziato venisse congedato con un severo ammonimento contro ulteriori recidive, e così fu libero di condannare l’altro in questo mondo e di screditarlo nel prossimo. Lo fissò con uno sguardo gelido per alcuni minuti, poi sussurrò: “Ah, Hilary! Sarebbe stato meglio per te che una macina ti fosse legata al collo prima di essere gettato in mare piuttosto che scandalizzare uno dei piccoli.” [1] In passato aveva riscontrato una concordanza e, con toni a tratti solenni, aveva ripetuto questo e altri simili sermoni. Il caso o l’ispirazione avrebbero potuto suggerire a Hilary, la cui intera vita veniva distrutta per la sua prima colpa, di citare i Salmi (letti in cappella una o due sere prima), i quali prescrivono che sette offese compiute nello stesso giorno devono essere compensate dal pentimento del colpevole. Ma rimase in silenzio. Carruthers, ritenendolo impenitente e incallito, lo flagellò con una sequela di insulti che spaziavano dalla trivialità a frasi che rasentavano la retorica; e infine lo congedò, ordinandogli di portare via i suoi effetti personali dalla Casa d’appartenenza e da Cheddar, dove avrebbe potuto, se si fosse comportato bene, fare ritorno tra dieci anni.

Terminate le solerti operazioni, il preside si dedicò alla seconda parte della procedura di espulsione – la lettera ai genitori e al tutore. Fu allora che si rese conto di non conoscere l’indirizzo del ragazzo e, con una certa ripugnanza, si rivolse a un vistoso volume che recava la scritta Ordo Cheddarensis in oro sul dorso, rilegato di rosso, blu e verde, in perfetta sintonia. Scorrendo l’indice scoprì con lieve sorpresa: “Hilary, vedi Maurice, J. E. H.”; e si irritò per il ritardo. Alla fine trovò il riferimento e posando il libro (che scricchiolò stranamente nella sua rigida e scadente rilegatura) lesse:

“Maurice, James Edward Hilary (ora J.E.H. Hilary). Nato il 13 settembre 18 ––. Figlio unico di Edward Hilary Maurice (ora E.H. Hilary), di Leafsleigh, contea di Southampton, il quale, ereditando quella proprietà, ha assunto il nome di Hilary in luogo di Maurice. Indirizzi: 13 Worcester Gate Terrace, W.; Leafsleigh, Christchurch Road, R.S.O., Hants.”

Mentre trascriveva l’indirizzo, l’abile preside ebbe uno scatto. Liberate le pagine, il libro scricchiolò con un suono sordo e si richiuse da solo. Al suo posto gli apparve – o fluttuò nella sua mente – l’immagine di due ragazzi nascosti in un cespuglio: il fascino noncurante dell’uno, il terrore che sconvolgeva l’altro, un bambino che aveva appena perduto la sua anima. Quando era a Oxford, Carruthers ricevé una lettera da Maurice che diceva: “Non è soltanto perché devo lasciare Gainsborough che ti maledico. Ma per la consapevolezza di non poter mandare un giorno i miei figli a studiare lì né in alcuna scuola rispettabile. Dovrà ospitarli Shorncliffe o Milkmanthaite, o addirittura Cheddar – qualche buco che abbiamo sempre considerato appena degno del nostro disprezzo. Poiché i miei ragazzi erediteranno la vergogna che tu hai instillato in me, ed è per questo che mi rivolgo a te per l’ultima volta…” Ma il raffinato riserbo britannico di Carruthers aveva cancellato dalla memoria le parole successive.

Prima della sua ordinazione aveva pregato il Signore di conferirgli un’armatura spirituale e, in cambio, aveva ricevuto una corazza di vanità che fino a quel momento aveva resistito contro ogni attacco d’uomo o donna. Adesso quella corazza gli sembrava alquanto arrugginita. Suonò il campanello svogliatamente e disse al maggiordomo di mandare qualcuno a casa del signor Herbertson per dire a Hilary che il preside desiderava rivederlo subito. Poi prese un foglio di carta bollata della scuola, con tanto di stemma d’onore, su cui aveva iniziato a fatica un “Egregio Signore” quasi illeggibile, scarabocchiando figure oscene per mezz’ora. Poi il messaggero tornò.

“Mi scusi, signore,” riferì il maggiordomo, “ho mandato James, signore, ma dice che non ha trovato nessuno nella Casa del signor Herbertson, tranne la signora Wrenn, la governante. Ha detto, signore, che il signorino Hilary era appena partito in carrozza, con tutti i suoi bagagli, diretto verso la stazione.”

Il preside di Cheddar prese il suo berretto e uscì, imprecando contro tutto e tutti.




[1] La metafora della macina appesa al collo, presente due volte nel testo, è ripresa dal Vangelo di Marco (9, 42): «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato in mare.»



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